Siamo stati migranti, e questo non genera senso di colpa, ma di minaccia
Sia Napolitano sia Berlusconi hanno affermato che il dovere dell’ospitalità ci è imposto dall’essere stati migranti. E’ tesi discutibile. L’emigrazione italiana è, a far data dal 1860, una delle più imponenti della storia moderna, per numeri e continuità. Segno di una difficoltà non solo congiunturale dell’economia post-unitaria. di Riccardo De Benedetti
5 AGO 20

Sia Napolitano sia Berlusconi hanno affermato che il dovere dell’ospitalità ci è imposto dall’essere stati migranti. E’ tesi discutibile. L’emigrazione italiana è, a far data dal 1860, una delle più imponenti della storia moderna, per numeri e continuità. Segno di una difficoltà non solo congiunturale dell’economia post-unitaria.
Ora che siamo diventati paese di immigrazione, ci viene detto, abbiamo il dovere etico di accogliere evitando di procurare agli altri le sofferenze che abbiamo già provato sulla nostra pelle.
La massima, credo, comporta addirittura qualche difficoltà in più rispetto a quelle previste dal vangelo. Non occorre, infatti, conoscere l’Elias Canetti di “Massa e potere” per rendersi conto che aver subito la sofferenza di condizioni ingiuste non evita di procurarne a quelli che appaiono più deboli di te. Al contrario, una secolare ingiustizia anestetizza la percezione del dolore altrui. Più vediamo nel migrante ciò che noi eravamo più cerchiamo di rimarcare la distanza da quel passato che fu il nostro; ci rispecchiamo in loro e non ci piaciamo perché ciò che subimmo fu un’ingiustizia. In questo modo non nascono facili sentimenti di amicizia.
Là dove l’immigrazione (Francia e Inghilterra) è stata conseguenza del colonialismo e di una secolare politica improntata a un pensiero della superiorità, quando non etnica almeno economica e bellica, allora il dovere dell’accoglienza consegue o dal senso di colpa (vissuto dalle élite culturali) o dal mitigarsi della superiorità in un processo di assimilazione più o meno governato e comunque sempre saldamente in mano alla struttura statuale.
Ma là dove, come nel nostro caso, la tradizione coloniale, seppure non assente, è meno accentuata nei suoi aspetti di superiorità etnico-culturale ed economica, allora l’arrivo dei migranti è facile che venga vissuto come una minaccia. Fondata sulla percezione, non importa quanto fondata, di subire flussi immigrativi in inquietante continuità con quelli emigrativi. In altre parole: prima ci avete cacciati dall’Italia perché nazione incapace di produrre benessere e sviluppo; poi, segno di altrettanta insipienza sociale, ci lasciate invadere da gente che mette in discussione condizioni di vita conquistate a caro prezzo. Urge trovare per l’accoglienza motivazioni più fondate.
di Riccardo De Benedetti
Ora che siamo diventati paese di immigrazione, ci viene detto, abbiamo il dovere etico di accogliere evitando di procurare agli altri le sofferenze che abbiamo già provato sulla nostra pelle.
La massima, credo, comporta addirittura qualche difficoltà in più rispetto a quelle previste dal vangelo. Non occorre, infatti, conoscere l’Elias Canetti di “Massa e potere” per rendersi conto che aver subito la sofferenza di condizioni ingiuste non evita di procurarne a quelli che appaiono più deboli di te. Al contrario, una secolare ingiustizia anestetizza la percezione del dolore altrui. Più vediamo nel migrante ciò che noi eravamo più cerchiamo di rimarcare la distanza da quel passato che fu il nostro; ci rispecchiamo in loro e non ci piaciamo perché ciò che subimmo fu un’ingiustizia. In questo modo non nascono facili sentimenti di amicizia.
Là dove l’immigrazione (Francia e Inghilterra) è stata conseguenza del colonialismo e di una secolare politica improntata a un pensiero della superiorità, quando non etnica almeno economica e bellica, allora il dovere dell’accoglienza consegue o dal senso di colpa (vissuto dalle élite culturali) o dal mitigarsi della superiorità in un processo di assimilazione più o meno governato e comunque sempre saldamente in mano alla struttura statuale.
Ma là dove, come nel nostro caso, la tradizione coloniale, seppure non assente, è meno accentuata nei suoi aspetti di superiorità etnico-culturale ed economica, allora l’arrivo dei migranti è facile che venga vissuto come una minaccia. Fondata sulla percezione, non importa quanto fondata, di subire flussi immigrativi in inquietante continuità con quelli emigrativi. In altre parole: prima ci avete cacciati dall’Italia perché nazione incapace di produrre benessere e sviluppo; poi, segno di altrettanta insipienza sociale, ci lasciate invadere da gente che mette in discussione condizioni di vita conquistate a caro prezzo. Urge trovare per l’accoglienza motivazioni più fondate.
di Riccardo De Benedetti